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Storia di Roma: I primi anni della Repubblica e le sue istituzioni

del 03/06/2015

Con l’abolizione della monarchia e la nascita della Repubblica Romana (Res Pubblica Populi Romani) la suprema autorità dello stato passò dal re a due magistrati eletti dal popolo riunito nei Comizi Centuriati. Essi presero il nome di Consoli in quanto dovevano consultarsi sulle decisioni da prendere. Ognuno dei due consoli era titolare del potere e poteva esercitarlo in via del tutto autonoma, salva la facoltà del collega di porre il veto. La loro carica durava un anno e alla fine del mandato, se avevano svolto bene l’incarico, potevano essere rieletti o venivano nominati senatori.

Altra carica che prima era ricoperta dal re, quella di presiedere i riti sacri, venne affidata, con il titolo di Rex Sacrorum, a un sacerdote nominato dal Pontefice Massimo (che era la massima autorità religiosa). Nel 501 a.C. fu creata la carica di dittatore, una magistratura straordinaria che veniva attivata solo in tempi di eccezionale pericolo per la patria. Il dittatore veniva nominato da un console su indicazione del senato ed era aiutato (e tenuto d’occhio) dal comandante della cavalleria. Durante il suo mandato, limitato a un massimo di sei mesi, era la massima autorità politica e militare.

Una magistratura già esistente, quella di questore con compiti relativi alla giustizia, fu ampliata con l’aggiunta di un questore addetto  alla gestione del tesoro pubblico. Con il passare degli anni vennero inoltre istituite altre figure di magistrati.

In questa prima fase repubblicana, con il ripristino della riforma serviana, il numero dei senatori fu portato a 300, includendo altri patrizi e gli appartenenti alla ricca borghesia dedita al commercio e all’industria che nell’esercito appartenevano all’ordine degli equites (cavalieri) e aspiravano di far parte dell’aristocrazia, cioè del senato. Questi nuovi senatori, per distinguerli da quelli vecchi, i patres familias, vennero chiamati patres conscripti, cioè ultimi eletti.

Il senato, come al tempo dei re, aveva la funzione di assemblea consultiva. Essa veniva convocata da uno dei due consoli, che la presiedeva, e si limitava a discutere le leggi proposte dai consoli, che successivamente  i Comizi Centuriati  - e cioè i cittadini che facevano parte dell’esercito - erano chiamati ad approvare o meno. Se le proposte di legge venivano approvate dai Comizi Centuriati il console portava la deliberazione in senato per la ratifica.

Da questo punto di vista può sembrare che il potere era amministrato dai consoli e dall’assemblea del popolo costituita dai Comizi Centuriati che avevano il diritto di approvare o meno le leggi proposte dai consoli e già esaminate dai senatori. Ma nella pratica l’effettivo potere politico era nelle mani del senato e cioè in quelle dei patrizi che caratterizzarono la repubblica romana come un regime oligarchico. E’ sufficiente evidenziare due soli motivi per capire il perché.

 1°. La carica di senatore era a vita mentre quella dei consoli era annuale e venivano eletti senatori  solo se alla fine del mandato avevano svolto bene l’incarico e cioè se erano stati “in sintonia” con i voleri del senato.

 2°. I consoli erano eletti dai Comizi Centuriati (che avevano anche la facoltà di approvare o meno le leggi). Ma come abbiamo già detto in un numero precedente dell’Eco, a proposito delle riforme attuate da Servio Tullio, la popolazione, in base alle ricchezze possedute era divisa in cinque classi e ogni classe doveva fornire  all’esercito un certo numero di Centurie. Senonché essendo la prima classe quella delle famiglie più ricche contribuiva con 98 centurie su un totale di 193. Pertanto nei Comizi Centuriati, che rappresentavano l’assemblea del popolo e dove ogni centuria equivaleva a un voto, ogni qualvolta si trattava di eleggere dei magistrati, cioè le cariche pubbliche per il governo dello stato o approvare delle leggi, i voti espressi dalle centurie della prima classe erano sufficienti a ottenere la maggioranza. In questo modo i patrizi detenevano il potere e gli appartenenti alle altre quattro classi, i plebei, che avevano troppo poche centurie, e quindi troppo pochi voti, per imporre la loro volontà, venivano esclusi dalla vita politica.

 Ovviamente questa situazione non era ben vista dalla plebe ovvero artigiani, piccoli bottegai, contadini, lavoratori edili ecc. e lo scontento fece nascere, fin dai primi anni della repubblica, delle lotte civili.

Di queste lotte ne parleremo nella prossima puntata mentre ora seguiremo altre vicende che si verificarono subito dopo la nascita della repubblica.

I primi a ricoprire la carica di consoli furono i protagonisti della rivolta che provocarono la caduta della monarchia: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino, poi sostituito da Publio Valerio Publicola che fece approvare dai Comizi Centuriati due leggi che rimasero basilari per tutto il periodo della repubblica. La prima stabiliva di mettere al bando coloro che volevano il ripristino della monarchia; la seconda consentiva ad ogni cittadino che fosse stato condannato a morte di appellarsi al volere dell’assemblea del popolo, cioè i Comizi Centuriati. Nel suo zelo democratico Publicola introdusse anche l’uso, da parte del console, quando entrava nell’area adibita ai Comizi Centuriati, di far abbassare dai littori che lo accompagnavano le insegne dei fasci che rappresentavano il segno del potere. Quest’atto era per dimostrare che il potere veniva dal popolo il quale, dopo averlo delegato al console, ne restava l’arbitro.

La conquista di Roma da parte di Porsenna e pesanti condizioni del trattato di pace ridimensionarono notevolmente il potere di Roma. La sua egemonia che prima si estendeva dall’Arno al Circeo, ora si era ridotta ai territori compresi fra Fregene a nord e Anzio a sud. Roma, dopo essersi garantita l’indipendenza dal potente vicino etrusco si trovò a dover ristabilire la propria autorità con i popoli confinanti, come i Sabini, i Volsci e gli Equi, che sempre più spesso effettuavano scorrerie in territorio romano. Inoltre, per assicurarsi la tranquillità anche dai pericoli che potevano venire dal mare, Roma stipulò nel 509 a.C. un trattato con Cartagine, città fondata dai Fenici nell’814 a.C. sulle coste della Tunisia e padrona, con la sua flotta di navi, di tutte le rotte nel Mediterraneo. Il trattato prevedeva la rinuncia di Roma a oltrepassare con le sue navi la Corsica, la Sardegna e la parte della Sicilia occupata dai cartaginesi. In questi luoghi i romani non potevano mettervi piede, tranne che in casi di emergenza. La contropartita di queste limitazioni era per Roma la protezione militare e la copertura navale che Cartagine poteva dare contro eventuali attacchi da parte della potente colonia greca di Cuma o di altre città della Magna Grecia, a quel tempo  avversarie di Cartagine.

 

Le aree di navigazione previste dal trattato con Cartagine

 

Infine, dopo la vittoria riportata sulla Lega Latina con la battaglia del Lago Regillo nel 496 a.C., ci fu con essa un riavvicinamento conclusosi con la ratifica, nel 493 a.C., di un patto di alleanza, noto come “Foedus Cassianum”  dal nome del console in carica quell’anno, Spurio Cassio che lo firmò. L’accordo prevedeva la costituzione di un unico esercito sotto il comando di un generale romano e stabiliva la fondazione, nei territori conquistati, di colonie latine come colonie della lega. Inoltre consentiva i commerci e i matrimoni fra gli abitanti appartenenti alle diverse città della lega. Con questo accordo Roma si assicurò la pace con i Latini rendendo possibile l’impiego del suo esercito contro i nemici esterni.

 

 

 

 

 

 

 

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