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Libertà di satira e sentimento religioso

del 14/01/2015

In questo numero avrei voluto fare il punto della situazione sul negoziato in materia fiscale tra la Svizzera e l’Italia in una prospettiva bilaterale ed europea. Avrei voluto anche presentare sia pur brevemente la nuova Presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga e la sua impostazione dell’anno presidenziale… Ma gli avvenimenti tragici della settimana scorsa a Parigi mi spingono a qualche riflessione non tanto su ciò che è accaduto quanto piuttosto sulle cause e sulle possibili conseguenze.

La strage di Parigi e l’Islam

Mentre sono ancora sotto gli occhi di milioni di telespettatori le scene dell’attacco terroristico alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo e i successivi interventi delle forze dell’ordine e della sicurezza per la cattura dei delinquenti e la liberazione degli ostaggi, ritengo anzitutto doveroso esprimere anche da questo osservatorio la più ferma condanna del terrorismo e della violenza e pietà per le vittime.

Non ci si può tuttavia fermare a una quasi scontata condanna degli assassini. Poiché essi erano degli islamici, che hanno decimato la redazione del settimanale al grido di «Allah è grande» («abbiamo vendicato il profeta», avrebbero urlato), non si può evitare la domanda se nel loro gesto forsennato ci sia stata anche una qualche motivazione religiosa o pseudoreligiosa. Da tempo erano noti infatti sia il fanatismo religioso degli attentatori e sia la spregiudicatezza con cui Charlie Hebdo irrideva a quanto di più sacro c’è nell’Islam, ossia Allah, il profeta Maometto e il Corano.

Mi sembra difficile rispondere negativamente alla domanda precedente, anche se va precisato che nella nostra coscienza di occidentali e di cristiani da tempo ormai non esiste più una motivazione «religiosa» dell’assassinio e il papa emerito Benedetto XVI nel 2006 aveva già messo in guardia contro la «motivazione religiosa della violenza». Del resto anche tutte le principali organizzazioni islamiche hanno condannato la strage parigina, sia pure disapprovando le vignette «blasfeme» di Charlie Hebdo.

Nei terroristi parigini, tuttavia, preferisco parlare di «fanatismo religioso» e della peggiore specie, perché finalizzato all’uccisione. Essi si proclamavano di fede musulmana, ma avevano abbracciato la jihad (una sorta di filosofia interna all’islam in cui non sono sempre ben chiari i confini tra il richiamo alla lotta interiore spirituale di ogni fedele e la spinta alla guerra santa) e avevano aderito all’organizzazione fondamentalista paramilitare di Al Qaeda.

Fanatismo religioso diffuso e… inarrestabile?

Quanto abbia influito il fanatismo religioso di matrice islamica nelle motivazioni degli assassini parigini è impossibile da verificare. Dovrebbe però far riflettere il fatto ch’esso si stia diffondendo in molte parti del mondo (si pensi all’Afganistan, all’Irak, alla Nigeria, all’Egitto, al Kenya, al Pakistan, ecc.) e anche, come si è visto, nel nostro occidente che si credeva probabilmente al sicuro, dopo le misure antiterrorismo messe in atto all’indomani del terribile attentato dell’11 settembre 2001 a New York.

Mi domando a questo punto se contro questo fanatismo e la sua diffusione si sta facendo abbastanza e se, soprattutto in occidente, specialmente in Europa, si è capito che non basta trincerarsi nella difesa ad oltranza dei «nostri» valori e che anche un buon approccio religioso basato sulla comprensione e il rispetto è fondamentale per la convivenza pacifica dei cittadini e dei popoli. Forse si fa troppo poco, basta vedere le carenze delle politiche migratorie di numerosi Paesi occidentali e il moltiplicarsi dei muri e dei reticolati contro l’«invasione» degli stranieri.

Probabilmente si è dimenticato anche che da sempre il sentimento religioso non può essere ignorato, banalizzato, peggio ancora irriso. Si è dimenticato che la nostra civiltà occidentale ha uno dei capisaldi proprio nel sentimento religioso e che questo è talmente radicato che è forse l’unico per cui si può anche morire.

Galilei e Bruno a confronto

Per mettere in evidenza il carattere incondizionato della fede religiosa, il filosofo tedesco Karl Jaspers nel secolo scorso l’ha messa al confronto con la scienza, un altro caposaldo dell’Occidente. Per chiarire la differenza ha utilizzato due figure storiche ben note come Giordano Bruno, preso come simbolo della fede religiosa, e Galileo Galilei, come simbolo della verità scientifica. Accusati entrambi da un tribunale dell’inquisizione di andare contro la Bibbia e la Tradizione, per evitare la condanna capitale Galilei ha rinunciato a insistere sulla sua verità scientifica ritrattando, Bruno invece ha preferito subire la condanna e morire. Secondo Jaspers il diverso comportamento è legato alla diversa natura della fede e della scienza. Galilei poteva abiurare perché la verità scientifica era distinta da lui, restava tale anche dopo la sua ritrattazione. Bruno invece non avrebbe potuto ritrattare la «sua» fede che era diventata parte della sua stessa esistenza; negandola avrebbe negato sé stesso. Questo per dire quanto il sentimento religioso sia o possa essere forte nei credenti.

La nostra società, per quanto sia impregnata di materialismo e relativismo, non dovrebbe dimenticare che esistono altre società in cui la religione rappresenta ancora un punto di riferimento fondamentale. I fatti di Parigi, ma anche altri persino peggiori che succedono nel mondo, dovrebbero suggerire anche qualche riflessione sul nostro atteggiamento nei confronti di altri popoli e culture.

Occidente superiore o solo diverso?

Noi occidentali, ritenendoci possessori del miglior sistema di governo possibile, del più ampio complesso di diritti e libertà che l’umanità abbia conosciuto finora, di una presunta totale emancipazione nelle idee e nei costumi, di un diffuso sentimento di appartenenza a una cultura superiore ecc., dimentichiamo molto spesso che il mondo «diverso» dal nostro non è «inferiore», ma appunto solo «diverso» e merita quindi comunque rispetto.

Si può, anzi si deve andar fieri della democrazia dei nostri Paesi, ma nessun governo democratico dovrebbe pretendere di esportarla e imporla con la forza ad altri Stati, almeno fino a quando questi non rappresentano una minaccia diretta ai propri legittimi interessi. Eppure, per giustificare anche recenti interventi armati si è persino inventata la fattispecie di «guerra preventiva», assolutamente incompatibile col concetto di democrazia. C’è da meravigliarsi se alcuni di questi interventi generano odio, desideri di vendetta e in certi casi persino la predicazione della guerra santa e veri e propri movimenti terroristici?

Una riflessione analoga va fatta sul nostro complesso di valori e di libertà di cui noi occidentali possiamo a giusta ragione andare fieri, a prescindere dagli abusi che sono talvolta commessi e non sempre sanzionati a dovere. Ma siamo sicuri che in altre società non esistano valori difendibili? E anche se, utilizzando il nostro metro di giudizio occidentale, li considerassimo inferiori o addirittura non-valori, chi ci autorizza a usare nei loro confronti disprezzo, sarcasmo, irrisione, soprattutto quando ad essere presi di mira sono riferimenti religiosi, come possono essere nel mondo islamico Allah, Maometto e il Corano?

Non possiamo non essere a favore della libertà di stampa e pertanto anche della libertà di satira, ma significherebbe sostenere l’insostenibile ritenere che si tratti di libertà assolute, ossia senza limiti. E’ vero che la satira c’è sempre stata, almeno da quando esistono i potenti e la possibilità di attaccarli senza rischiare la pena capitale, ma è pur vero che nel nostro sistema di valori occidentale la libertà di espressione e di satira non dovrebbe mai prevalere sul rispetto dovuto alla persona umana e ai suoi valori fondamentali, compreso il credo religioso.

Libertà di stampa e di satira illimitata?

Proprio al riguardo ritengo che, data la radicalità del sentimento religioso, la libertà di espressione e di satira trovi il suo limite nel rischio fondato che un attacco irriverente verso persone e simboli religiosi fondamentali possa turbare e provocare la sensibilità di molte persone che considerano tali simboli intoccabili.

La Corte di cassazione italiana ha dato della satira una definizione o descrizione condivisibile e opportuna: «La satira è quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di “castigare ridendo mores”, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene». A ben guardare, dunque, la satira non solo non dovrebbe avere alcun intento offensivo e denigratorio, ma anzi dovrebbe avere una finalità etica e correttiva verso il bene.

Non mi è mai capitata l’occasione di leggere Charlie Hebdo, ma alcune delle vignette apparse nei giorni scorsi francamente non mi sono piaciute, anzi le ho trovate di pessimo gusto. Naturalmente, di qui a provocare una strage ce ne corre. Quando però si sa con chi si ha a che fare un po’ di prudenza è senz’altro ragionevole. E più in generale, come ha più volte ricordato più volte alla cultura occidentale Benedetto XVI, bisognerebbe evitare il cinismo con cui talvolta si considera il dileggio del sacro un diritto della libertà, perché la giusta considerazione della dimensione religiosa è anche una premessa essenziale per il dialogo tra le grandi culture e religioni del mondo.

 

 

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