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Verona 

La città scaligera

del 29/04/2015

Maggio è alle porte. A maggio, oltre che i fiori, sbocciano anche i libri, come recita una campagna nazionale nata in Italia nel 2011 con l’obiettivo di magnificare il valore sociale della lettura come elemento chiave della crescita personale, culturale e civile (Il Maggio dei Libri*). L’obiettivo è promuovere la lettura, invogliare grandi e piccini a leggere, trasformando i libri in amici fedeli, in instancabili compagni di vita e di viaggio, ma anche in un mezzo di socializzazione e condivisione. In poche parole, tenerli in vita. E tenere in vita i luoghi dove i libri escono dal loro bozzolo per mettere le ali e raggiungere i loro lettori: parlo delle librerie.

 


* La campagna, promossa dal Centro per il Libro e la Lettura del Ministero italiano per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori, inizia il 23 aprile in coincidenza con la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore promossa dall’UNESCO e durerà fino alla fine di maggio.


 

Non facile la vita delle librerie, di questi tempi. Con il digitale che galoppa e le abitudini che cambiano, molte sono costrette a chiudere i battenti.

Era maggio, di due anni fa. Ero a Verona, in visita turistica. Per diversi giorni perlustrai spensieratamente il suo magnifico centro storico, con il naso all’insù per ammirarne i sontuosi palazzi di epoche diverse, appartandomi di tanto in tanto nelle tante e graziose piazzette meno battute e zigzagando a caso lungo vie e viottoli lastricati. Ogni giorno, uscendo dall’albergo di mattina e facendovi ritorno nelle ore pomeridiane, assistetti allo svuotamento in tempo reale di una delle librerie più antiche della città e all’agonia inconsolabile della padrona, ormai rassegnata. «Liquidazione totale» campeggiava sulle vetrine del negozio in via Scala, all’angolo con via Mazzini. «Peccato» avevo commentato mentre pagavo alcuni libri. «Sì» mi aveva risposto lei, con un coinvolgimento emotivo stampato sul viso oltre che impresso nelle parole, sintomatico del forte attaccamento all’attività che aveva gestito, ai libri che aveva custodito e consigliato, alla clientela affezionata. «Qualcuno ha offerto di più… noi, con il nostro esiguo margine, non potevamo rialzare, abbiamo perso, e tra poco invece di libri vedrete calze e mutande. Perché i loro – di margini – sono infinitamente più elevati. Finisce sempre così...».

Era maggio, e di lì a poco la signora avrebbe saputo se erano riusciti ad aggiudicarsi uno spazio nel palazzo di fronte, sempre in via Scala, dove avrebbe voluto trasferirsi con il personale e i suoi libri. Chissà se la libreria ha riaperto i battenti...

E chissà se Romeo e Giulietta erano lettori appassionati. Ciò che è certo è che la città scaligera, con i suoi oltre duemila anni di storia, dove si consumò uno dei drammi d’amore più belli e commoventi di tutti i tempi (per l’appunto la travagliata vicenda di Romeo e Giulietta), divenuta l’archetipo dell’amore perfetto ma avversato dalla società, è un posto incantevole. Esempio straordinario di città fortificata, che preserva egregiamente un centro antico di altissimo pregio artistico e architettonico, comodamente adagiata tra colline e pianura Padana, stretta nell’abbraccio del suo fiume Adige che le cinge i fianchi con un’ansa rassicurante, Verona vive di aria ed energie proprie, e rimane un’isola felice per turisti e residenti.

Nell’immaginario collettivo, le due icone indiscusse di Verona sono la (presunta) casa di Giulietta e l’Arena, l’anfiteatro romano meglio conservato in Italia, dove nella stagione estiva si tiene il celebre festival lirico che attrae grandi voci internazionali. Ma Verona è un museo a cielo aperto che invoglia a perdersi nel suo fitto reticolato di viuzze, tra bellezze artistiche e archeologiche, tra romanico e gotico, tra il rosso dei mattoni e il bianco del marmo: dal Ponte di Castelvecchio a Piazza Bra con l’anfiteatro in pietra rosa e bianca, giù per Via G. Mazzini con le eleganti boutique, fino a Piazza delle Erbe (e alle spalle la sublime Piazza dei Signori che fa da cornice alla statua di Dante in marmo di Carrara), dove veronesi e turisti di mattina animano il mercato ortofrutticolo e nel tardo pomeriggio si incontrano per consumare spensieratamente il rituale dell’aperitivo (ordinando uno Spritz, bibita alcolica a base di vino bianco o Prosecco e acqua frizzante o seltz); fino alla Cattedrale di Santa Maria Matricolare nella zona medievale, a ridosso dell’ansa dell’Adige, dove il trambusto dei commerci si attutisce e il vociare dei turisti si fa più sommesso e sporadico. Verona, amata da pittori e scrittori, meta prediletta di visitatori illustri di ogni epoca (Dante e Giotto per citarne due), terra fertile dove sono nate e si sono sviluppate tante piccole e medie imprese, è oggi una città multietnica (il 15 % circa della popolazione è di origine straniera).

Insieme alla sua storia la città preserva anche il dialetto locale, il veronese. Lo si sente parlare per strada, nei negozi, al mercato, nelle conversazioni al bar, anche tra giovani. Colgo qua e là butèl e buteleto (giovanotto e bambino), il sa fèto? (che fai?), fiol (figlio) e ciapar (prendere, nel senso anche di ordinare), per esempio da chi, davanti a un ricco e accattivante menù, sta pensando se prendere il riso al radicchio rosso, o la pasta di Giovanni Rana che qui ci è nato, o la leggendaria soppressa, o i legumi delle terre vicine, o il bollito e i bigoli con le sardine, o – per chiudere in bellezza – le imperdibili fritole di mele.

Dinanzi a tanta struggente bellezza, verrebbe proprio da dire…

«Non c’è mondo per me aldilà delle mura di Verona:
c’è solo purgatorio, c’è tortura, lo stesso inferno;
bandito da qui, è come fossi bandito dal mondo;
e l’esilio dal mondo vuol dir morte».

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